Junky - William S. Burroughs
Junky è un libro affascinante che tratta di un tema singolare in letteratura; la vita di un dipendente dall’eroina. William Burroughs decide di raccontare in prima persona — nonostante usi uno pseudonimo — perché lui stesso è stato dipendente dalla sostanza per quasi tutta la vita. Junky è stato il suo primo successo, ed ha elevato Burroughs a capostipite della beat generation, la corrente letteraria americana di metà secolo scorso, basata su una forte ribellione artistica e sessuale accompagnata da un consumo smoderato di droghe.
La storia si svolge a metà degli anni 40 in America, ed è di fatto la biografia della dipendenza di Burroughs, anche se i fatti narrati non sono tutti totalmente reali. Cosa passa nella mente di un tossico? Come pensa? Qual’è il vocabolario che usa e quali sono le sue unità di misura? Il libro è fenomenale nel raccontare la quotidianità di un eroinomane, sempre alla ricerca della sostanza, o di soldi, sempre a fare attenzione di non esser “pizzicato” dalla polizia. Più che una successione di eventi, il racconto è un viaggio interiore. Le pagine contengono i pensieri quotidiani di un tossicodipendente accompagnati dalla cronaca minuziosa dei suoi frequenti abusi, delle astinenze e le successive ricadute.
Junky è un viaggio scandito da continui spostamenti tra città e nazioni, per sfuggire a possibili arresti, da frequenti visite ai dottori per ottenere prescrizioni per la morfina, dallo spaccio per guadagnare soldi e poter mantenere la dipendenza, ma soprattutto dal costante bisogno quotidiano di eroina. Dalle pagine traspare il vero significato della dipendenza, che prima che esser fisica è soprattutto mentale. Il pensiero di trovare la sostanza diventa il motore sia della storia che della vita di chi, come Burroughs, ne è schiavo. Tutte le pagine non parlano d’altro che di eroina, trasformando il racconto nel diario intimo di un tossico.

La dipendenza viene continuamente interrotta. Una volta al protagonista manca l’eroina, un altra volta sceglie di disintossicarsi e si rivolge a una clinica, un altra ancora finisce in cella. Ogni volta è scabroso il racconto dei dolori fisici che prova quando al suo corpo viene a mancare la dose. Parliamo di febbre, nausea, insonnia, diarrea, dolori diffusi, soprattutto alla spina dorsale, quest’ultimo chiamato in gergo “la scimmia sulla schiena” — uno dei titoli alternativi con cui in Italia è uscito il romanzo. Sono paragrafi raccapriccianti e snervanti, dove spesso il protagonista è costretto ad assumere dosi di altre sostanze per calmare i dolori e compensare lo sbilanciamento chimico. Quando Burroughs si trova in astinenza si rivolge ad altre sostanze, principalmente alcool e erba, ma anche oppiacei vari, cocaina, barbiturici, addirittura prova il peyote messicano, per riuscire a calmare il bisogno di eroina. La cosa più triste di tutte sono le continue ricadute, che perdurano fino alla fine del romanzo. Burroughs non riesce mai a smettere per più di un paio di mesi, che incontra qualcuno che gli offre una nuova dose. Lui non riesce a trattenersi, si fa, e in un attimo si ritrova intrappolato nel solito ciclo distruttivo.
I personaggi nella storia appaiono e scompaiono. Di solito sono clienti o amici che coprono un ruolo per la durata di qualche pagina, poi Burroughs si sposta, cambia città, finisce in cella, e tutto ricomincia da capo con nuovi personaggi, nuovi prezzi, ma identiche sostanze. Le persone più vicine a lui, come la moglie, vengono menzionate raramente, quasi fossero degli intoppi insignificanti davanti all’enorme soddisfazione che prova quando si inietta l’eroina. Eppure la moglie non esita a definirlo noioso e patetico quando intuisce che sta per ricadere nella dipendenza.
Infinte Burroughs nel romanzo non critica direttamente la droga, anzi promuove l’eroina a stile di vita fin dall’introduzione. Nel libro non incoraggia il lettore a farne uso, anzi sembra quasi voglia ridimensionare la propria dipendenza. Parla spesso di vari parametri, come il numero di mesi e di iniezioni quotidiane, quasi a dire che la sua non è una dipendenza tale da dover esser ritenuta grave — una tipica auto-riflessione da tossico. La critica all’eroina fuoriesce dal racconto. Non si può che provare pena per i dolori che soffre il protagonista quando è in astinenza, per la continua lotta nella ricerca di una nuova dose, per il terrore costante di essere scoperto e incarcerato per spaccio, ma più di tutto per la continua ossessione per la droga che occupa la sua mente. Per un junky l’intera vita ruota attorno all’eroina: persino il risveglio viene dominato dal bisogno della dose, senza la quale la normalità resta irraggiungibile.
The question is frequently asked: Why does a man become a drug addict?
The answer is that he usually does not intend to become an addict. You don’t wake up one morning and decide to be a drug addict. It takes at least three months’ shooting twice a day to get any habit at all. And you don’t really know what junk sickness is until you have had several habits. It took me almost six months to get my first habit, and then the withdrawal symptoms were mild. I think it no exaggeration to say it takes about a year and several hundred injections to make an addict.
The questions, of course, could be asked: Why did you ever try narcotics? Why did you continue using it long enough to become an addict? You become a narcotics addict because you do not have strong motivations in the other direction. Junk wins by default. I tried it as a matter of curiosity. I drifted along taking shots when I could score. I ended up hooked. Most addicts I have talked to report a similar experience. They did not start using drugs for any reason they can remember. They just drifted along until they got hooked. If you have never been addicted, you can have no clear idea what it means to need junk with the addict’s special need. You don’t decide to be an addict. One morning you wake up sick and you’re an addict.